Il Fatto Quotidiano

  • Governo, Di Maio: “Ci sono delle fibrillazioni ma non ci possiamo permettere un Papeete 2”

    Nel governo “ci sono delle fibrillazioni, ma non ci possiamo permettere un Papeete 2, che abbiamo già vissuto in altre epoche ed erano tempi di pace. Se non ce lo potevamo permettere all’epoca, figuriamoci adesso”. Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri Luigi Di Maio a margine dell’evento Alis on Tour a Roma. “Siamo in piena guerra, con un livello di inflazione che continua a salire in tutta Europa con il prezzo dei beni di prima necessità e del pane che sale in tutto il mondo a causa del blocco militare in Ucraina da parte della Russia”, ha spiegato. “Di fronte a una crisi” come questa “il lavoro che dobbiamo fare è portare questo governo fino alla fine, per dare stabilità al Paese ed evitare scossoni economici e finanziari che poi pagherebbero le famiglie”.

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  • Senato, M5s rinuncia alla vicepresidenza in commissione Esteri: eletto Di Micco (Misto)

    Dopo giorni di tensioni e di voti falliti per mancanza del numero legale, la commissione Esteri di Palazzo Madama ha completato l’elezione degli incarichi ancora rimasti scoperti. Il Movimento 5 stelle, che una settimana fa si è visto strappare la presidenza da Stefania Craxi di Forza Italia, ha deciso per protesta di rinunciare alla vicepresidenza. Per la poltrona è stato eletto invece Fabio Di Micco (ex M5s e ora nel Misto), confermata Laura Garavini di Italia viva e i segretari (entrambi confermati) Alessandro Alfieri del Pd e il leghista Stefano Lucidi.

    “Formulo i migliori auguri di buon lavoro ai colleghi eletti”, ha detto Craxi subito dopo il voto. “Con questo adempimento, la commissione torna a essere pienamente operativa nell’esercizio delle sue importanti funzioni, rese ancor più impellenti in un contesto internazionale fortemente problematico. Riprenderemo l’attività con l’approvazione di una ratifica e, a seguire, si terrà l’ufficio di presidenza della commissione”. Craxi è stata eletta con i voti di destra e gruppo Misto, nonostante l’intesa della maggioranza dovesse andare sul 5 stelle Ettore Licheri. Il voto era stato chiesto dopo l’annuncio di espulsione per l’allora presidente della Esteri Vito Petrocelli che, in occasione del 25 aprile, su Twitter ha scritto “buona liberaZione” mettendo in evidenza la Z che simboleggia l’invasione delle truppe russe.

    La mancata elezione di Licheri ha creato numerose fibrillazioni nella maggioranza, soprattutto perché seguita dalle dichiarazioni di Conte sull’esistenza di “una nuova maggioranza” di fatto che andrebbe da Italia viva a Fdi. Anche per questo il M5s ha deciso di rinunciare alla vicepresidenza oggi, come confermato dal capogruppo in commissione Gianluca Ferrara che a sua volta era stato silurato nelle ore precedenti all’elezione: “Ci auguriamo che la commissione possa ora tornare a svolgere il suo lavoro, tanto più delicato nel drammatico quadro internazionale che ci troviamo ad affrontare”, ha detto.

    Ma le acque restano agitate anche dentro il M5s. La senatrice M5s Simona Nocerino, una delle candidate papabili al posto di Licheri, interpellata dall’Adnkornos ha detto di non sapere le ragioni della rinuncia: “So che volutamente i vertici non hanno preso un vicepresidente”, ha dichiarato. “Come mai? non lo so, sono nel direttivo, eseguo gli ordini. E’ stata una scelta presa a seguito di valutazioni. Se hanno deciso così evidentemente hanno appurato che era giusto così. La mia opinione non è diversa dalla loro, è una scelta che mi vede d’accordo e quindi va bene così. Nessuna disfatta, è una cosa decisa”.

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  • Danilo Coppola, tentata estorsione non riconosciuta in Svizzera: negata l’estradizione

    La Svizzera dice no e nega una estradizione perché non riconosce punibile quel reato. La mancata assistenza giudiziaria diventa una notizia perché il diniego alla richiesta della procura di Milano riguarda Danilo Coppola, l’immobiliarista romano ex protagonista della stagione dei ‘furbetti del quartierino’ e sui cui pende un’ordinanza di custodia in carcere per tentata estorsione a Prelios, società proprietaria del complesso immobiliare Porta Vittoria a Milano. E a svelare la richiesta d’arresto è lo stesso Coppola al Corriere della Sera: “Sono ricercato, dall’8 marzo c’è un ordine di custodia cautelare nei miei confronti, l’ho saputo e ho preferito non farmi trovare”, ha detto mentre sui suoi profili social, ormai da tempo, pubblica lunghi video e carte processuali con i quali attacca i magistrati per i vari casi giudiziari che l’hanno visto coinvolto.

    L’inchiesta è coordinata dai pm Mauro Clerici e Giordano Baggio e riguarda le bancarotte del Gruppo Immobiliare 2004, di Mib Prima e di Porta Vittoria, società che era titolare di un progetto di rilancio dell’area residenziale milanese, dichiarate fallite nel 2013, nel luglio 2015 e nell’aprile 2016. Contestazioni che anche in appello gli sono costate una condanna a 7 anni di reclusione (a luglio l’udienza in Cassazione). La procura aveva dunque chiesto l’arresto e lo scorso 8 marzo (con motivazioni depositate il 13 aprile) la Corte di Cassazione ha confermato la decisione del Riesame sulla misura cautelare, che era invece stata negata dal giudice per le indagini preliminari. E, secondo la Cassazione, che Coppola abbia messo in campo una “azione giudiziaria fraudolenta” ai danni del fondo Prelios è più di un sospetto.

    Ad avviso della Suprema Corte l’immobiliarista sarebbe infatti il “dominus ed anche l’effettivo beneficiario economico di Immobiliari Orizzonte“, la società che contesta l’acquisizione del complesso immobiliare di Porta Vittoria da parte di Prelios sulla base di un contratto preliminare del 13 gennaio 2015 che per gli ermellini è però “privo di causa se non quella di ostacolare la trattativa in corso con Prelios per impedire l’investimento della stessa Prelios”. Il sospetto che dietro la Immobiliari Orizzonti ci sia Coppola, per la Cassazione è supportato da “elementi di riscontro che assurgono a gravità indiziaria”, come il fatto che si tratta di una società “appartenente pro quota all’ex Silvia Necci”, a lui ancora legata “da una rete di interessi comuni, con il ruolo spesso di accondiscendente prestanome, pur dopo la separazione dei coniugi”. Un ulteriore elemento di collegamento è stato poi individuato dagli ermellini nella lettera inviata dai legali di Necci alla Prelios a gennaio del 2020. In quella mail si proponeva un accordo sotto forma di “scambio di utilità in base al quale Prelios avrebbe consegnato la somma di 1,5 milioni di euro e favorito il trasferimento dell’Hotel Cicerone, e il Coppola avrebbe rinunciato all’iniziativa giudiziaria intrapresa dalla Immobiliari Orizzonti davanti al giudice civile”. E dunque se Coppola “pretendeva per sé, è evidente che era in grado di garantire quanto promesso”, rileva la Suprema Corte condividendo quanto “plausibilmente” affermato dal Tribunale del riesame di Milano che ha detto sì al carcere per Coppola. Dopo il provvedimento della Cassazione la procura di Milano ha dato il via alle ricerche per eseguire l’arresto, individuando Coppola in Svizzera. A quel punto gli atti sono stati trasmessi alle autorità elvetiche ma una decina di giorni fa è arrivata la risposta: in sostanza, niente consegna di Coppola perché la tentata estorsione in Svizzera non è riconosciuta come punibile.

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  • Asili nido, due proroghe e tre bandi per riuscire ad assegnare 2,4 miliardi del Recovery plan. E avanzano ancora 70 milioni

    Ci son volute due proroghe e tre bandi per assegnare i 2,4 miliardi di fondi del Pnrr per la realizzazione di asili nido. A non rispondere subito all’appello del governo sono stati i comuni del Sud e ancora oggi tre regioni – Basilicata, Molise e Sicilia – vanno a passo di lumaca e sembrano non volere i 70 milioni messi a loro disposizione fino al 31 maggio.

    Il primo bando, chiuso il 28 febbraio, aveva stanziato cinque miliardi di euro per la costruzione di nuove scuole, la manutenzione di quelle vecchie e la digitalizzazione. La maggior parte di questi fondi, tre miliardi, era destinata alla fascia 0-6 anni, 2,4 dei quali agli asili nido. Su questi ultimi la macchina si è inceppata: le richieste arrivate a fine febbraio sono state appena sufficienti a coprire metà dell’investimento al punto che il ministero dell’Istruzione, in accordo con quello del Sud e della Famiglia, hanno prorogato i termini al primo aprile per consentire una maggiore adesione da parte degli enti locali al bando.

    Un mese durante il quale sono stati organizzati seminari, incontri, aperte linee di supporto dedicate e prevista una campagna di comunicazione specifica. Risultato? Alla chiusura del bando asili, lo scorso 1 aprile, risultavano 1.676 le candidature presentate per la fascia da zero a due anni, a fronte delle 953 arrivate il 28 febbraio, alla prima scadenza (+76% a livello nazionale). Le quattro regioni con più domande presentate in termini assoluti sono state Campania (196), Lombardia (157), Lazio (138), Calabria (137).

    A quel punto due miliardi su 2,4 sono stati assegnati. I 400 milioni residui sono stati immediatamente ricollocati: con un decreto firmato dal ministro Bianchi di concerto con il ministro per le Pari opportunità e la Famiglia e il quello per il Sud, sono stati destinati all’ulteriore finanziamento delle candidature già pervenute nell’ambito del bando Pnrr per l’incremento dei poli dell’infanzia per la fascia 0-6 anni. Restavano sul piatto settanta milioni che sono stati oggetto di un nuovo bando per gli asili nido destinato ai Comuni delle Regioni del Mezzogiorno, con priorità a Basilicata, Molise, Sicilia, che hanno presentato meno candidature rispetto al budget che poteva essere loro assegnato in base alle risorse disponibili nel Pnrr.

    Una vera e propria maratona per riuscire a non “sprecare” i finanziamenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza: “Con il decreto che abbiamo predisposto all’esito dei bandi le risorse disponibili saranno destinate al potenziamento del sistema educativo, mantenendo la quota del 55,29% nel Mezzogiorno, dove più alto è il bisogno. Rispettiamo gli impegni presi con l’Europa: tutte le risorse disponibili vengono utilizzate. Aumentare il numero di posti negli asili nido significa dare più opportunità educative per le bambine e i bambini su tutto il territorio, sostenere le famiglie e l’occupazione femminile”, ha detto il ministro dell’Istruzione.

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  • Guerra, Kissinger: “Kiev rinunci a qualche territorio per la pace. Usa e Occidente non cerchino un’imbarazzante sconfitta di Mosca”

    “I negoziati devono iniziare nei prossimi due mesi prima che si creino tensioni difficili da superare: idealmente, la linea di divisione dovrebbe essere il ritorno allo status quo” precedente all’invasione russa del 24 febbraio. Così, nel suo intervento a Davos, Henry Kissinger ha suggerito che l’Ucraina deve essere disposta a concedere qualche territorio alla Russia, vedi la Crimea e le repubbliche separatiste del Donbass, per mettere fine alla guerra ed evitare una sua escalation.

    E il discorso del 98enne ex segretario di Stato ha contenuto un forte monito a Stati Uniti ed Occidente ad evitare di farsi trascinare “dagli umori del momento” evitando di cercare un’imbarazzante sconfitta della Russia che potrebbe compromettere la stabilità a lungo termine dell’Europa. Per Kissinger è impellente trovare il modo i mettere fine nei tempi indicati: “Protrarre la guerra oltre questo limite non sarebbe più per la libertà dell’Ucraina, ma una nuova guerra contro la Russia”. “Spero che gli ucraini faranno corrispondere all’eroismo che hanno mostrato la saggezza“, ha detto ancora il campione della realpolitik americana, riferendosi alla necessità che Kiev riconosca lo “status quo ante” con la Russia che controlla formalmente la Crimea ed informalmente i territori di Luhansk e Donetsk

    I ragionamenti di Kissinger riecheggiano quelli espressi un recente editoriale del New York Times in cui si afferma che gli ucraini devono essere pronti a “decisioni territoriali dolorose” per raggiungere la pace. L’editoriale del Times, ed oggi le parole di Kissinger, hanno immediatamente provocato la reazione di Kiev: “Qualsiasi concessione alla Russia non è la strada verso la pace, ma una guerra rimandata di diversi anni”, aveva detto dell’editoriale il consigliere del presidente Volodymyr Zelensky, Mikhailo Podolyak, che oggi ha twittato una dura critica alle parole dell’anziano ex segretario di Stato. “E’ un bene che gli ucraini nelle trincee non abbiano il tempo di ascoltare i provocatori di panico di Davos: sono un po’ impegnati a difendere libertà e democrazia”, ha scritto pubblicando polemicamente una vecchia foto di Kissinger e Putin che si stringono la mano. Anche la deputata Inna Sovsun ha denunciato come “veramente vergognose” le parole di Kissinger: “E’ un peccato che l’ex segretario di Stato pensi che rinunciare a parte del territorio sovrano sia una via per la pace di qualsiasi Paese”, ha twitttato.

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  • Ungheria, Viktor Orbán dichiara lo stato di emergenza per la guerra: scatterà da mercoledì

    Dalla mezzanotte di mercoledì in Ungheria scatterà lo stato di emergenza per la guerra. Nel giorno in cui si è insediato il nuovo governo, il premier Viktor Orbán ha annunciato misure straordinarie per contrastare quella che descrive come una “minaccia costante” per il Paese, sia per la “sicurezza fisica” che per quella “energetica e finanziaria”. L’annuncio è stato dato dal primo ministro con un videomessaggio su Facebook nel quale ha ribadito che l’Ungheria deve “stare lontana da questa guerra” e “proteggere la sicurezza finanziaria” delle famiglie.

    “Il governo sta esercitando il suo diritto ai sensi della Legge fondamentale di dichiarare la legge marziale oggi a mezzanotte. Come lo stato di emergenza imposto durante l’epidemia, consentirà al governo di rispondere immediatamente e proteggere l’Ungheria e le famiglie ungheresi con tutti i mezzi possibili”, ha spiegato il premier ungherese. In sostanza Orbán si attribuisce maggiori poteri e spazio di manovra. Le prime misure pratiche che discenderanno dall’introduzione dello stato di emergenza saranno annunciate dal governo nella giornata di mercoledì.

    Proprio oggi l’Ungheria è stata sotto i riflettori per la lettera inviata da Orbán a Charles Michel nella quale sosteneva che “discutere il pacchetto di sanzioni a livello di leader in assenza di un consenso sarebbe controproducente” in riferimento all’embargo al petrolio russo. “Evidenzierebbe solo le nostre divisioni interne senza offrire una possibilità realistica di risolvere le differenze. Pertanto, propongo di non affrontare questo problema al prossimo Consiglio europeo”, ha aggiunto il primo ministro ungherese ottenendo nelle ore successive un sostanziale benestare della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen.

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  • Senato, Castellone (M5s): “Draghi passi in Parlamento prima del Consiglio Ue”. Faraone (Iv): “Grave che partito di maggioranza voti contro calendario”

    L’Aula del Senato ha respinto la richiesta presentata dal Movimento 5 stelle di modificare il calendario deciso dalla Conferenza dei capigruppo, perché il presidente del Consiglio, Mario Draghi, riferisse prima del Consiglio straordinario Ue, richiesta appoggiata anche da Fdi e Cal che già l’avevano formulata in Capigruppo. “Riteniamo che il premier debba passare in Parlamento per concordare la linea da portare in Europa” ha detto la capogruppo del M5s al Senato, Mariolina Castellone, intervenendo in aula a palazzo Madama. Tra i contrari Italia Viva: “Credo che sia abbastanza grave che una forza di maggioranza decida di votare contro il calendario. Io voterò il calendario proposto concordato con il ministro D’Incà che è un esponente dei 5 Stelle. Spero che M5S faccia altrettanto” ha detto il capogruppo Iv al Senato, Davide Faraone, in aula al Senato.

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  • Guerra Russia-Ucraina, Bersani: “Se si cronicizza, Ue può saltare e sono guai seri”. Prodi: “Siamo profondamente divisi negli interessi economici”

    “Si esca dall’equivoco di chiamare “maggioritaria” la legge elettorale attuale. L’hanno fatta con la scusa secondo cui in questo modo si sa chi governa: nella stessa legislatura abbiamo avuto tre governi. E se non ci fosse stata la guerra, secondo me, ne avremmo avuti quattro”. È l’ironica osservazione con cui il deputato di LeU, Pier Luigi Bersani, stronca il Rosatellum, nel corso della presentazione del libro “Elogio della Prima Repubblica” di Stefano Passigli. All’evento, tenutosi nella Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna, ha partecipato anche l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi, che con Bersani ha toccato diversi temi, in primis quello relativo all’attuale conflitto tra Russia e Ucraina.

    Tranchant la posizione di Bersani sul ruolo europeo nella guerra: “Si può stare nella Nato con un profilo che tenga conto che siamo l’Europa. Qui il rischio è che la guerra si cronicizzi. E se si cronicizza, ragazzi, io non so come il famoso Occidente reggerà questa guerra, se non con delle divisioni profonde. L’Europa può rafforzarsi, ma, attenzione: può anche saltare e andare in mezzo a dei guai seri”.

    Gli fa eco Prodi, che ribadisce la totale frammentarietà nell’Unione Europea: “Penso che questa unità europea provvidenziale sia assolutamente difficile da mantenere. Come mai non riusciamo ad avere nessuna unità nel campo delle sanzioni economiche contro la Russia? Perché siamo profondamente divisi negli interessi. Finché c’è da stabilire che in Ucraina c’è un’invasione e che i suoi confini non si toccano, siamo tutti uniti. Ma per il resto siamo di fronte a un problema serissimo di divisioni. In Europa non abbiamo nessun momento di solidarietà. E poi siamo sinceri: in questi giorni in modo furbesco ci rifugiamo dietro quel matto di Orban che non chiude al petrolio russo, altrimenti il suo costo va a 5 volte il prezzo di oggi. Ma vi rendete conto a che punto siamo messi?”.

    L’ex presidente del Consiglio chiosa: “In Occidente siamo tutti contenti perché in modo unanime si è detto che l’Ucraina è vittima di un assedio. Poi andiamo a fare i conti e scopriamo che il 62% della popolazione mondiale è contrario alla condanna dell’invasione russa dell’Ucraina. Ma vogliamo davvero andare verso un mondo di Paesi proletari e di Paesi non proletari che si combattono gli uni contro gli altri? Basta leggere l’intervista rilasciata da Henry Kissinger due settimane fa – conclude – Qui abbiamo messo insieme la Cina e la Russia, creando un blocco contro il resto del mondo. Ma non c’era la possibilità di distinguerle un po’ e di giocare sulle loro differenze? Noi purtroppo siamo vittime di una dottrina che in questo momento è peggio di quella del muro. Stiamo andando verso lo slogan ‘proletari di tutto il mondo unitevi contro i capitalisti di tutto il mondo’. Bella figura, eh”.

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  • “Draghi? È un esperto di finanza. Punto. Su sicurezza e riforma della giustizia non ci siamo proprio”: l’accusa di Gratteri al premier

    Draghi è un esperto di finanza. Punto. Quando parliamo di sicurezza o di riforma della giustizia, non ci siamo proprio”. È un Nicola Gratteri a tutto campo quello che andrà in onda domani sera al “Maurizio Costanzo Show”. Ospite al teatro Parioli di Roma, il procuratore della Repubblica di Catanzaro non le manda a dire e ne ha per tutti a poche settimane dalla notizia che la ‘ndrangheta sta progettando di ucciderlo mediante un attentato esplosivo. Dalla lotta alle cosche mafiose al rapporto tra la magistratura e la politica. Gratteri non si risparmia rispondendo alle domande di Maurizio Costanzo: “C’è un’aria di restaurazione – dice il magistrato – C’è un’aria di liberi tutti. È un momento brutto per il contrasto alle mafie, alla criminalità organizzata e alla criminalità comune. È un momento in cui la magistratura è molto debole. Sono stati fatti degli errori e la magistratura non ha avuto il coraggio di autoriformarsi. Quindi in questo momento c’è una sorta quasi di vendetta della politica nei confronti della magistratura dopo 30 anni”.

    “Oggi – aggiunge – si stanno facendo modifiche normative in Parlamento, ma soprattutto nel governo e poi il Parlamento ratifica. Il Parlamento è gestito da 8-10 persone, non di più. Gli altri votano quello che dicono quelle 8-10 persone. In questo momento c’è un governo dove, dal mio modestissimo punto di vista, Draghi è un esperto di finanza. Punto”. Chiaro il riferimento di Gratteri alle iniziative che il governo, in questi mesi, sta portando avanti sui temi della sicurezza e della riforma della giustizia. “Non ci siamo proprio”. E il Parioli applaude il magistrato che il Consiglio superiore della magistratura e le sue correnti non hanno voluto a capo della Direzione nazionale antimafia. Il 4 maggio, infatti, il Csm lo ha bocciato grazie anche ai voti determinanti del presidente e del procuratore generale della Corte di Cassazione. Contro il procuratore di Catanzaro hanno votato pure due dei tre consiglieri del Csm indicati dal Movimento Cinque Stelle che poi, attraverso i parlamentari calabresi, ha definito la mancata nomina di Gratteri alla Dna “alquanto incomprensibile” e “senza dubbio un’occasione persa”. Un esempio che potrebbe spiegare la frase del magistrato che andrà in onda domani al “Maurizio Costanzo Show”: “Gli altri votano quello che dicono quelle 8-10 persone”.

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  • Il capolista della Lega a Sesto San Giovanni è l’uomo dei rapporti con Russia Unita: fu lui, insieme a Savoini, a presentare Salvini a Putin

    Dagli ufo a Putin, Claudio D’Amico le sue passioni non le ha mai rinnegate. Nemmeno all’indomani dell’invasione dell’Ucraina, quando in un’intervista al Foglio ha sostenuto di “non essere filorusso, ma italiano”, aggiungendo però che “quando c’è una crisi del genere, è come quando una coppia divorzia: la colpa non sta tutta da una parte”. Del resto è stato lui a creare i rapporti tra Lega e Russia Unita, il partito di Vladimir Putin, presentando Matteo Salvini al capo del Cremlino. Lui insieme a Gianluca Savoini, l’altro leghista appassionato di Russia finito sotto indagine per corruzione internazionale dopo la trattativa tentata all’hotel Metropol per garantire un presunto finanziamento alle Lega da svariati milioni. Vicende che tornano alla ribalta ora che D’Amico è stato scelto come capolista della Lega a Sesto San Giovanni, la ex Stalingrado d’Italia che andrà al voto a giugno. E dove D’Amico è da cinque anni assessore a Sicurezza e politiche abitative. Di “vergogna” parla l’eurodeputato del Pd Pierfrancesco Majorino, che lo definisce “l’intrallazzone politico che ha fatto da ponte tra i leghisti e la banda di Putin”.

    Da trent’anni nella Lega, D’Amico si è vantato di aver portato a Mosca anche Umberto Bossi, nel lontano 1997. Capo di gabinetto dell’allora ministro delle riforme Roberto Calderoli dal 2004 al 2006, due anni dopo è stato eletto alla Camera. Nel 2014 si è candidato senza successo alle europee ed è in quell’occasione che ha parlato di Ufo: “Un fenomeno reale, non si può far finta di niente”. Poi l’associazione Lombardia-Russia, quella di cui Savoini era presidente e D’Amico responsabile dello sviluppo progetti. Salvini in una intervista al sito International Affairs li definiva entrambi “my official representatives”. Del resto sono sempre state loro due le ombre del leader del Carroccio quando si trattava di volare oltre l’ex Cortina di ferro. D’Amico, come ricostruito da ilfattoquotidiano.it tre anni fa, partecipa a diversi viaggi a Mosca. Come quando nel novembre del 2016 è con Savoini e Salvini nella sede dell’agenzia di stampa Ria Novosti per parlare della dannosità delle sanzioni imposte dall’Occidente dopo che la Russia ha occupato la Crimea. Passano quattro mesi e nel marzo del 2017 D’Amico è presente alla firma di un accordo con il partito Russia Unita, mentre Savoini lo definisce “segretario per le relazioni estere della Lega” in un’intervista a Sputnik News, sito della propaganda russa oggi messo al bando dall’Unione europea.

    D’Amico c’è anche nel luglio del 2018, quando Salvini atterra a Mosca per la prima volta da vicepresidente del Consiglio. Non c’è invece il 18 ottobre dello stesso anno all’hotel Metropol, quando Savoini parla con tre emissari russi di un presunto finanziamento alla Lega. Ma in quei giorni, da alcune foto pubblicate sul profilo Facebook dell’associazione Lombardia-Russia, D’Amico sembra essere pure lui a Mosca. Così quando mesi dopo quell’incontro diventa di dominio pubblico, i giornali iniziano a interessarsi anche a D’Amico e salta fuori che Salvini, in quel periodo vice premier e ministro dell’Interno, lo ha scelto come “consigliere per le attività strategiche di rilievo internazionale”. È in tale veste che nel luglio del 2019 D’Amico “sollecita” l’invito di Savoini a una cena d’onore a Villa Madama con l’allora presidente del Consiglio Conte e con Putin.

    A Sesto San Giovanni, dove è assessore del 2017, si è distinto soprattutto per aver deciso mille Daspo, cifra tonda festeggiata con tanto di torta davanti ai flash. E per una gestione delle politiche abitative che pochi giorni fa, presentando la propria candidatura, D’amico ha rivendicato così: “Prima spendevano 1,5 milioni per dare case agli ultimi arrivati al di fuori delle graduatorie. Noi, le case, le diamo in base alle graduatorie”. Una gestione che però ha fatto esplodere l’emergenza abitativa, come ricorda Daniele Tromboni, consigliere comunale e capolista del M5s, che alle comunali di giugno sosterrà il candidato del centrosinistra Michele Foggetta: “La giunta ha smesso di pagare il canone di quegli alloggi che l’amministrazione subaffittava a chi ne aveva bisogno. Ora 600 famiglie rischiano di rimanere per strada e l’amministrazione non sta facendo nulla per affrontare il problema”.

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  • Moldavia, l’ex presidente filorusso Igor Dodon in stato di fermo: è accusato di altro tradimento

    Igor Dodon, ex presidente della Moldavia e attuale capo dell’opposizione filo-russa, è stato posto in stato di fermo per 72 ore nell’ambito di un’inchiesta della Procura nazionale per la lotta alla corruzione. Lo rendono noto la televisione di Stato e le agenzie russe. La procuratrice Elena Kazakov ha precisato che Dodon è accusato tra l’altro di “corruzione” e “alto tradimento”. Dodon è stato presidente dal 2016 alla fine del 2020. Le autorità hanno anche perquisito la sua abitazione e la sede dell’Unione del business moldavo russo, da lui guidata.

    Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha detto che l’inchiesta è una questione interna moldava, ma ha auspicato che “tutti i diritti legali di Dodon vengano rispettati”. Si è inoltre detto “allarmato” per la persecuzione che ancora una volta colpisce “chi sostiene lo sviluppo di relazioni amichevoli con la Russia”. La Moldova è al centro dell’attenzione dopo l’invasione russa della confinante Ucraina. Paese fra i più poveri d’Europa ospita molti profughi ucraini e teme di essere risucchiato nel conflitto, anche perché in una parte del suo territorio si trova l’autoproclamata repubblica della Transnistria, entità filo russa che ospita truppe di Mosca

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  • Bombardieri nucleari russi e cinesi in volo sopra il Mar del Giappone mentre Biden è a Tokyo: il video dell’esercitazione

    Quattro bombardieri cinesi e russi, con capacità nucleare, hanno sorvolato il Mar del Giappone. Il video dell’esercitazione è stato diffuso dal canale di Mosca Zvezda, di proprietà del ministero della Difesa. Durante il sorvolo era in corso la riunione dei leader del gruppo Quad (Usa, Giappone, India e Australia) con, tra gli altri, Joe Biden. I jet non hanno violato lo spazio aereo del Giappone.

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  • Guerra, Draghi non parlerà in Aula prima del vertice Ue: il Senato vota contro la proposta di M5s, Fdi e Alternativa. Lega si giustifica: “Premier non disponibile”

    Mario Draghi non andrà in Senato a riferire prima del Consiglio straordinario europeo del 30 e 31 maggio. Non solo non lo ha previsto il presidente del Consiglio, ma Palazzo Madama ha bocciato la proposta di intervento avanzata da M5s, Fdi e Alternativa. A presentare la richiesta in Aula, dopo che era stata esclusa dalla capigruppo, è stata la senatrice 5 stelle Mariolina Castellone. Il 19 maggio scorso il premier si era presentato alle Camere per un’informativa su guerra in Ucraina e invio delle armi, dopo che nelle scorse settimane proprio Giuseppe Conte e il M5s gli avevano contestato lo scarso coinvolgimento del Parlamento.

    Una settimana dopo, il caso si riapre. Il presidente 5 stelle ha infatti più volte ribadito che il “mandato politico” di Draghi deve essere stabilito da Camera e Senato. Ma la decisione di strappare e avanzare la richiesta insieme alle opposizioni, apre un nuovo problema dentro la maggioranza. Innanzitutto il Carroccio è corso a giustificarsi per aver deciso di non rompere: “Non avendo la disponibilità del presidente Draghi non possiamo votare contro il calendario”, ha dichiarato il capogruppo della Lega Massimiliano Romeo. Il leghista però non è entrato nel merito della questione, anche perché nello stesso momento Matteo Salvini, durante la registrazione di Porta a Porta, diceva: “Spero non ci sarà un altro voto sull’invio di armi”. E ancora: “Mandare altri armi è un errore madornale che allarga il conflitto”.

    Chi ha preso male la scelta del M5s è stato l’alleato Pd: “Le comunicazioni del presidente del Consiglio sull’Ucraina”, ha detto il senatore dem Andrea Marcucci, “non possono trasformarsi ogni volta in una resa dei conti della maggioranza. Il presidente Draghi verrà naturalmente in Parlamento come è sempre venuto. Le forzature del M5s sono del tutto assurde ed ingiustificate”. Mentre il senatore Dario Stefano su Twitter ha ricordato come i 5 stelle si siano espressi contro il proprio stesso ministro: “La capogruppo del M5s insieme all’ex 5s Dessì, ora CAL-PC, hanno chiesto in Aula Senato di votare contro il calendario appena concordato in capigruppo, su proposta del ministro D’Incà, anche lui dei 5 stelle. Sembra quasi un labirinto”.

    Secondo l’ex M5s Dessì, “la restante parte dell’emiciclo ha vinto di pochissimo, una decina di voti al massimo”, ha detto. “Draghi quindi non verrà giovedì a riferire su quanto dirà al prossimo Consiglio d’Europa – aggiunge Dessì – e si rinuncia alla sua presenza ben sapendo che, per una serie di fatti concomitanti, la prossima settimana si lavorerà solo lunedì, poi Forza Italia non ci sarà perché dovrà partecipare al voto per il presidente del Partito Popolare Europeo e la settimana dopo non ci sarà aula perché è la settimana precedente al voto alle amministrative”. “Quindi – conclude il senatore Dessì – il governo non riferisce al Parlamento che si riunirà dopo 20 giorni in piena crisi economica e bellica con la pandemia che ancora lascia i suoi segni; e noi mandiamo Draghi a dire quello che vuole lui in Europa e ce ne stiamo tranquillamente a casa a farci i fatti nostri”.

    L’articolo Guerra, Draghi non parlerà in Aula prima del vertice Ue: il Senato vota contro la proposta di M5s, Fdi e Alternativa. Lega si giustifica: “Premier non disponibile” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  • Cannabis, Magi (+Europa): “Ddl al Senato? Da Lega ostruzionismo, Casellati eviti violazioni regolamentari. Si voti a giugno alla Camera”
    “Dalla Lega in Senato c’è un chiaro tentativo di ostruzionismo, che non riguarda soltanto la cannabis, ma tutte le leggi in discussioni sui diritti“. Ad attaccare, nel corso di una conferenza stampa alla Camera dei deputati, è il deputato di +Europa, Riccardo Magi, in merito al ‘derby’ parlamentare, tra Montecitorio e Palazzo Madama, sul tema cannabis.
    Perché se da una parte da due anni procede a fatica la discussione tra i deputati in commissione Giustizia sul testo base riformulato da Mario Perantoni, presidente M5s della stessa Commissione – con la conclusione dei voti sugli emendamenti all’articolo uno, sulla coltivazione domestica per uso personale, ndr – ,
    allo stesso tempo al Senato è stato invece incardinato a fine aprile un ddl leghista parallelo. Il cosiddetto ‘Droga zero‘, che intende al contrario inasprire le pene ed eliminare ‘la lieve entità’ anche per la sola detenzione di stupefacenti. Tradotto, due ddl di segno opposto.
    Eppure, i regolamenti parlano chiaro: non è possibile procedere all’esame di un ddl avente “un oggetto identico o strettamente connesso rispetto a quello di un progetto già presentato” nell’altro ramo del Palazzo, così come spiegano sia l’articolo 78 del regolamento di Montecitorio e quello numero 51 di Palazzo Madama. Ma se la Lega insiste e il suo esponente alla guida della commissione Giustizia del Senato, Andrea Ostellari, ha già rivendicato di voler ‘andare avanti’, allo stesso modo è la maggioranza che sostiene alla Camera il ddl Perantoni a invocare un intervento della presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. “Deve intervenire per evitare una violazione del regolamento“, spiega Magi.
    Non è stato l’unico ad appellarsi alla seconda carica dello Stato. Perché lo stesso presidente della Camera Roberto Fico ha già scritto in modo riservato alla collega, con l’obiettivo di raggiungere un’intesa. Anche perché per prassi parlamentare ad avere la precedenza è il testo presentato per primo: in questo caso, il ddl Perantoni in discussione alla Camera, già adottato come testo base in commissione nel 2021, su richiesta dello stesso Magi e della deputata M5s Caterina Licatini, e presentato già nel 2019.

    Da Casellati però non è ancora arrivata alcuna risposta: “Ostruzionismo a sua volta? Casellati dovrebbe avvisare Ostellari che non è possibile procedere, questo non sappiamo se sia stato fatto. Di certo, la presidente sul tema cannabis ha già dato prova di scarsa sensibilità, quando dichiarò inammissibile in Aula un emendamento sulla cannabis light, a basso contenuto di Thc, quando lo stesso era stato invece dichiarato ammissibile in commissione, nel corso dell’esame di una legge di bilancio”, ha attaccato Magi. Convinto però che alla Camera si debba andare avanti: “Bisogna raggiungere l’obiettivo, così come prevede il calendario, di arrivare in Aula nel mese di giugno“.

    Quel che rischia di mancare, però, oltre ai tempi per approvare la legge – considerato come la legislatura sia ormai diretta verso la sua fine – è la volontà politica: “La misureremo nei fatti, abbiamo chiesto a Pd e M5s di accelerare alla Camera”, ha precisato Antonella Soldo, di ‘Meglio Legale’. “È vero che ci sono atteggiamenti dilatori da parte di alcune forze politiche, ma mi auguro che si possa arrivare in Aula e dare un segnale, almeno con una prima approvazione a Montecitorio”, ha replicato il dem Walter Verini.

    Magi però avverte: “Il centrodestra ha chiesto, per far sì che il ddl sul fine vita vada avanti in Senato, di avere nominato il senatore leghista Simone Pillon come relatore e di avere incardinato il testo sulla cannabis in commissione al Senato. Ma se si fa uno ‘scambio’, almeno si deve ottenere qualcosa. E invece si è concesso tutto questo, senza che il ddl sul fine vita sia andato avanti. E allora forse da parte anche di altri manca la volontà politica. Pd e M5s? Forse si ha paura dei numeri, ma di certo la trattativa non è stata così vantaggiosa”.

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  • Reddito di cittadinanza, non è tutto un duello tra imprenditori illuminati e lavoratori schiavi

    di Alberto Siculella

    Non passa giorno senza un imprenditore che inveisce contro il reddito di cittadinanza o uno chef che accusa i giovani di scarsa propensione al lavoro. Come stanno davvero le cose? Al netto di posizioni ideologiche prive di logica, bisogna analizzare la questione per capire che non tutto può essere ricondotto ad un duello tra imprenditori illuminati o criminali e tra lavoratori schiavizzati o parassiti.

    E’ inutile dire che le dinamiche del mercato incidono e di molto. Davanti ad un’esplosione del settore della ristorazione e della ricettività, rispettivamente +30% e +40% nell’ultimo decennio, non c’è stato pari aumento di risorse umane da integrare nei relativi ambiti. Il digitale poi ha spostato molte risorse su nuove mansioni, difficili da osservare perché in un mercato nuovo e complesso da individuare.

    Per anni si è pensato che non servisse formare il personale di sala, receptionist, aiuti cuoco, bancone e via dicendo. Fornendo un servizio spesso scadente, con salari approssimativi, in un contesto poco gratificante. Da qualche anno i settori di riferimento vivono una crescita quantitativa e qualitativa e perciò, oltre che a mancare numericamente il personale, manca soprattutto quello formato ed appassionato. Ciò dipende anche dal forte turnover, dalla stagionalità e dalla precarietà dell’impiego.

    Non tutti gli imprenditori pagano una miseria come non tutti pagano bene. Non tutti i giovani sono sfaticati o mantenuti come non tutti sono predisposti al lavoro. Al di la di questa conflittualità sociale, sono in corso cambiamenti epocali, tra cui la great resignation (rassegnazioni di massa) e la nomadizzazione del lavoro.

    Con la prima si intende quel distacco dal mondo del lavoro che in milioni di persone stanno attuando tramite dimissioni volontarie, in cerca di un lavoro meno impegnativo e meglio pagato. Naturale conseguenza di una presa di coscienza, maturata in anni in cui si è lavorato sempre più, sempre peggio, con tante imprese che hanno pianto miseria accumulando ricchezza ed erodendo diritti e tutele sociali, economiche, ambientali.

    Con la seconda, si intende un mondo di lavoratori e di lavori, che iniziano a non avere un perimetro in termini di luoghi fisici, e in termini di condizioni di lavoro. Viaggiano, sono collegati al web, lavorano da remoto, per lo più in ambito digitale o digitalizzando la loro attività. Influencer e youtuber a titolo esemplificativo.

    Non è una questione di reddito di cittadinanza, il problema del personale c’era anche prima dell’introduzione della misura. Il reddito di cittadinanza di fatto è un credito, spendibile e non cumulabile, non genera perciò né risparmi né ricchezze. E’ sospendibile per il periodo in cui si lavora e riattivabile quando si rimane disoccupati.

    In molti lavoratori hanno alzato le pretese in termini di salario e di tempo libero. In alcuni casi trattasi di poca dedizione, in altri, più spesso, di necessità di trovare risposte ad una precarizzazione schiacciante, il cui modello non lascia scampo: il più possibile e subito.

    Dall’altro canto il frastuono mediatico delle critiche contro il reddito di cittadinanza si scontra con una realtà molto diffusa. Contratti part time da 20 ore dichiarate, 40 lavorate, e la differenza, retribuita in nero, a meno di 4 euro/ora. Mansioni spesso svolte 7 su 7, senza giorno di riposo. Sì, c’è anche questo e c’è di più.

    Combattere la precarietà, alleggerire la fiscalità, regolamentare i nuovi lavori e rendere più efficiente l’incontro tra domanda e offerta del mercato del lavoro, abbracciare una vera cultura d’impresa, proporre visioni, dare prospettive, formare e specializzare le risorse umane, è il primo passo da compiere. Decisamente più sensato delle polemiche in salsa Santanchè, decisamente più utile del piangersi addosso o del vivere alle spalle dei propri genitori.

    Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione. Scopri tutti i vantaggi!

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  • La Sapienza, docente “ottiene laurea senza aver conseguito tutti gli esami”. I pm: “Ha approfittato di un caso di omonimia”

    Un caso di omonimia ha permesso a Sergio Barile, docente dell’università La Sapienza, di ottenere una laurea in Fisica. Un traguardo – a quanto pare – immeritato, dato che il professore della facoltà di Economia non aveva sostenuto tutti gli esami necessari per conseguire il titolo. Una vicenda complessa quella in cui è coinvolto il docente, che ieri è stato rinviato a giudizio per induzione in falsità ideologica.

    I fatti – Secondo la Procura, nel 2003 Barile si iscrive alla facoltà di Fisica. Con lui c’è anche un altro Sergio Barile, che decide di intraprendere quel percorso universitario. Il primo, quello rinviato a giudizio, sostiene una decina di esami, per poi fermarsi. Il collega, al contrario, prosegue negli studi. Dopo un po’ di anni, il docente di Economia viene chiamato dalla segreteria del dipartimento: lo mette al corrente del fatto che deve solo discutere la tesi. In altri termini, può laurearsi. Gli amministrativi dell’università romana, confondendosi, danno il via libera alla persona sbagliata. Un errore di cui – secondo i pubblici ministeri – Barile approfitta. Pur avendo notato l’errore della macchina burocratica, il docente decide di laurearsi.

    L’accusa e la difesa – Il diretto interessato ha spiegato “di aver fatto notare agli amministrativi l’abbaglio e di essere stato rassicurato“. A suo dire, le parole della segreteria lo avrebbero rincuorato a tal punto da discutere l’elaborato finale senza troppi pensieri. L’avvocato del docente, il penalista Generoso Pagliarulo, ha sottolineato come, all’inizio, la stessa imputazione della procura era più grave: “Si accusava il mio assistito di aver architettato tutto dal principio. Invece, di fronte al giudice dell’udienza preliminare, Barile per un reato è stato assolto con la formula ‘perché il fatto non sussiste‘”. Mentre il reato principale è stato depotenziato. “Ma sono certo – ha aggiunto Pagliarulo – che a dibattimento faremo cadere anche questa imputazione”. Per il pubblico ministero, Marcello Cascini, è alquanto strano che Barile – titolare di una cattedra – non conoscesse i requisiti richiesti per accedere al titolo.

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  • Ius scholae, gli studenti si mobilitano per la riforma della cittadinanza: “In Italia un milione di persone vittime di anacronismo della normativa”

    “In Italia più di un milione di persone nate da genitori stranieri ma cresciute ed attive nel tessuto sociale italiano sono costrette a vivere senza cittadinanza”. Per questo, studenti e universitari oggi si sono uniti in un flashmob fuori dai rispettivi istituti per chiedere, insieme alla Rete per la riforma della cittadinanza, una nuova legge sulla cittadinanza. La mobilitazione è partita dal cortile della scuola Casa del Sole di Milano e ha coinvolto le strutture scolastiche a più livelli. Accanto agli studenti, infatti, come riporta una nota di Rete per la riforma della cittadinanza, che comprende Afroveronesi, Arising Africans, Black Lives Matter Bologna, QuestaèRoma, Festival Divercity, Dei-Futuro Antirazzista, Sonrisas Andinas, Collettivo Ujamaa, Rete degli studenti medi, Unione degli Studenti (UDS), Unione degli Universitari (UDU), Link, Rete della conoscenza, ActionAid Italia, Amnesty International, Fondazione Migrantes, Rete Saltamuri, Restiamo Umani Brescia, Volare e decine di attiviste e attivisti di nuove generazioni di tutta Italia, c’erano anche docenti e dirigenti.

    Come il preside dell’Istituto Giacosa del parco Trotter di Milano, Francesco Muraro, eccellenza nell’integrazione tra scuola e città, in una zona ad alta presenza di persone di origine straniera che ha sottolineato come sia intollerabile oggi che “i nostri studenti si debbano scontrare con problemi burocratici che li escludono dalle attività didattiche e rendono più difficile l’integrazione. La differenza che costruisce questo Paese tra chi ha la cittadinanza e chi ancora non ce l’ha, proviamo ad abbatterla ogni giorno all’interno delle mura di questa scuola, ma questo non basta: è necessario approvare la riforma il prima possibile”.

    Questi, specifica la nota, “sono giorni fondamentali per la calendarizzazione alla Camera della riforma della legge sulla cittadinanza”. Il provvedimento, cosiddetto “Ius Scholae” è stato votato a marzo in bozza in Commissione e sostenuto da diverse forze politiche, da Sinistra Italiana a Forza Italia. “La Rete per la riforma della cittadinanza insieme chiede ai partiti un’immediata presa di responsabilità per portare subito in aula la legge. Il momento è ora”, si legge ancora. Le mobilitazioni a livello nazionale dureranno un mese, “per mostrare che l’Italia è già ampiamente a favore di questa riforma che rappresenta davvero il minimo sindacale nell’avanzamento dei diritti di cittadinanza”. Proprio nelle scuole, si legge ancora, un sondaggio ha mostrato come “l’85% di studenti e studentesse sia a favore dello Ius Scholae”. Tante le rinunce che gli studenti senza cittadinanza sono costretti a fare, come Deepika, studentessa e attivista della campagna per l’Unione degli Universitari che ha raccontato come, a causa della mancanza della cittadinanza, non abbia potuto ricevere in tempo il visto per partire in Erasmus in Svezia.

    “Da oggi torniamo nelle scuole e nelle piazze per un mese di mobilitazioni, fino all’approvazione della riforma. Sui nostri social abbiamo già lanciato una nuova challenge con l’hashtag #ItaliaDimmiDiSì, anche utilizzando TikToK per coinvolgere i più giovani – Dichiara Eva Ugiagbe, attivista della Rete- Questa iniziativa ha già sortito un primo effetto: abbiamo incontrato alle 12 con una delegazione il presidente Brescia (Giuseppe ndr. del M5s), che ci ha comunicato che domani ci sarà la conferenza dei capigruppo alla camera. Chiediamo che sia decisiva per la calendarizzazione”.

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  • Arriva il caldo, si accende il dibattito docenti-alunni sull’abbigliamento. Gli alunni: “Basta dress code, valutateci per ciò che studiamo”

    “Bisogna abolire i dress code che obbligano ad un’omologazione: un ragazzo deve sentirsi libero di mettere uno smalto, per esempio. E canottiera e pantaloncini con questo caldo significano sopravvivenza, non è questione di decoro”: sono le parole che Tommaso Biancuzzi, studente 23enne di Lettere antiche, ha detto a Repubblica di oggi. La discussione sull’opportunità dei regolamenti del vestiario nelle scuole e nelle università si è riaccesa in questi giorni, dopo che un insegnante di Genova – in una discussione sui social – ha scelto la strada dell’insulto (la parola che inizia con la z) nei confronti di un’alunna del liceo classico Albertelli di Roma: “Avrà quello che si merita non appena troverà un superiore nella vita lavorativa” è il contributo che ha consegnato al suo uditorio. Il commento è stato scritto sotto un post di Facebook di una professoressa di liceo che lamentava del fatto che aveva fatto notare ad un’alunna che si era vestita in modo “non adeguato in base al regolamento” e aveva ricevuto la risposta secca della studentessa: “E chi lo dice? Come si permette? Vogliamo andare a continuare dal preside?”. Dopodiché, l’alunna si sarebbe presentata in vicepresidenza assieme a mezza classe per “denunciare l’accaduto”.

    Per Biancuzzi, che parla a nome dei liceali in quanto coordinatore nazionale della Rete degli studenti medi, “non ha senso parlare di dress code nel 2022. Specialmente se è un modo per stigmatizzare ed escludere, come successo nel 2019 a un 13enne di Scampia: la preside non lo fece entrare in classe a causa della testa parzialmente rasata e delle treccine blu elettrico”. E aggiunge che “un docente deve valutare lo studente per quel che ha appreso e non per cosa indossa”: un ragazzo, continua Biancuzzi, deve sentirsi libero di mettersi lo smalto – ma diversi episodi testimoniano la contrarietà dei dirigenti scolastici – e allo stesso modo una ragazza deve sentirsi libera di tingersi i capelli d’arancione o di indossare una gonna o una canottiera. “Sdoganiamo questo tabù del corpo delle donne: le braccia scoperte sono sopravvivenza, col caldo torrido di questo periodo”. La maggior parte degli insegnanti poi, per Biancuzzi “non è così bacchettona” come viene descritta: “Potrebbe giovare anche a loro la revisione di questi codici, visto che nella maggioranza delle scuole pubbliche italiane non ci sono impianti di condizionamento e – a causa del riscaldamento globale – fa nettamente più caldo di 20-30 anni fa”. Rivedere i codici, non cancellarli del tutto, anche se “a nessuno verrebbe mai in mente di andare a scuola in costume e infradito, e potrebbe bastare affidarsi al buon senso”.

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  • Serena Bortone su Blanco e la fan che gli ha toccato le parti intime: “Chiunque metta le mani addosso una persona senza il suo consenso si qualifica come molestatore. Il consenso non è mai presunto”

    “C’è questo video che non mostriamo nel quale una fan non so se impazzita, maleducata, incivile ha praticamente messo le mani addosso, sulle parti intime del cantante vincitore di Sanremo, Blanco. Allora una cosa io voglio dire, una volta per tutte, si tratti di uomo o di donna: chiunque mette le mani addosso, tocca una persona senza il suo consenso non lo deve fare, si qualifica come un molestatore, è una molestia. Quindi non c’è da fare ironia, sia il molestato un uomo, la molestata una donna, sia il molestatore un uomo, la molestatrice una donna, nessuno dà il permesso di toccare. Il consenso non è mai presunto“: così Serena Bortone in apertura della puntata del 24 maggio di Oggi è un altro Giorno, su RaiUno. La conduttrice fa riferimento a quanto accaduto durante Radio Italia Live, il mega evento in piazza Duomo a Milano. Durante il momento di Blanco, che ha chiuso il grande evento, una fan si è spinta oltre. Mentre il cantante, avvicinatosi agli spalti, scatenava la folla con Notti in bianco, la ragazza, approfittando della vicinanza, gli ha toccato le parti intime. Un video diffuso da un utente su TikTok ha ripreso l’intera scena.

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  • Le Iene, Antonella Elia: “Non ho orgasmi”. E parla della vita sessuale col suo compagno Piero Delle Piane

    Jennifer Lopez e Ben Affleck hanno inserito nel contratto prematrimoniale una “clausola hot”: sesso almeno 4 volte a settimana. Cosa ne penseranno le star italiane? Le Iene ha incontrato diverse coppie vip e con loro ha parlato delle abitudini in camera da letto. A confidarsi ai microfoni del programma, anche Antonella Elia e il compagno da tre anni Pietro Delle Piane. La relazione tra i due è fatta di alti e bassi, come abbiamo visto nell’edizione del 2020 di Temptation Island, e anche in questa occasione non hanno nascosto il loro lato “litigarello”.Il posto più strano dove abbiamo fatto l’amore? Su uno scoglio”, racconta la Elia, che, durante l’intervista, fa anche un’altra imprevedibile dichiarazione: “Non ho orgasmi. Sono rarissimi. Pietro, non tocchiamo questo tasto. Ne avrò uno ogni 3 mesi”. Delle Piane ammette che la compagna ha scarsa fiducia nei suoi confronti, ma è pronto a impegnarsi tutta la vita per dimostrarle il suo amore. Di idee contrastanti la Elia: “Non credo nella monogamia sessuale di una coppia. Scusami Pietro, ma io non vorrei che tu fossi il mio ultimo partner sessuale. Al mondo non c’è niente di definitivo”.

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  • le Iene, Alberto Stasi: “Io innocente, finito in carcere sulla base di test che non distinguevano il sangue da una barbabietola”

    “Alla sera quando mi corico io non ho nulla da rimproverarmi”: Alberto Stasi parla con Le Iene dal carcere milanese di Bollate dove sta scontando una condanna a sedici anni per l’omicidio della sua fidanzata Chiara Poggi, uccisa a 26 anni, il 13 agosto 2007, nella sua villetta di Garlasco, in provincia di Pavia. Una condanna arrivata dopo una lunga sequela di processi. Inizialmente assolto in primo grado e in appello, la Cassazione annullò la sentenza e poi in un nuovo processo d’appello fu condannato a 16 anni (con lo sconto per il rito abbreviato), decisione infine confermata dalla Suprema Corte nel 2015. “Quando mi chiedono se ho ucciso io Chiara, penso che non sanno di cosa stanno parlando – dice Stasi nella lunga intervista che andrà in onda questa sera su Italia 1 -. Nell’immaginario comune un innocente in carcere è un qualcuno che soffre all’ennesima potenza. Per me non lo è, semplicemente perché la mia coscienza è leggera. Alla sera quando mi corico io non ho nulla da rimproverarmi. Certo, ti senti privato di una parte di vita perché togliere la libertà a una persona innocente è violenza, però non hai nulla da rimproverarti, l’hai subita e basta, non è colpa tua”.

    Sembrava di remare contro un fiume in piena andando controcorrente, fin dall’inizio: una volta lo scambio dei pedali, un’altra volta il test solo presuntivo, e l’alibi che mi viene cancellato, l’orario della morte che viene spostato. Non c’era desiderio di cercare la verità perché una volta può accadere, la seconda volta può passare, ma non possono esserci una terza, una quarta, una quinta, per sette anni. Che verità c’è in tutto questo?”, si chiede il 38enne, che all’epoca del delitto aveva 24 anni.

    Ripercorrendo le diverse fasi processuali, “io – ricorda Stasi – sono stato assolto in primo grado, sono stato assolto in appello, sull’unica condanna il Procuratore generale presso la Corte di Cassazione ha chiaramente detto ‘Non si può condannare Alberto Stasi’, quindi, in Italia hanno un sistema che a oggi funziona così: la pubblica accusa dice ‘No, questa persona va assolta’ ma, nonostante questo, la persona viene condannata”. Durante il primo interrogatorio, prosegue “ero spaventato ma anche abbastanza sereno, quella tranquillità di chi ha la convinzione di potere chiarire le cose. In quella notte l’accertamento era preliminare, puoi anche aspettare quello definitivo, perché hai fretta di portare in carcere una persona sulla base di un risultato ancora parziale? Non c’era motivo ma il meccanismo si era messo in moto: era stato emesso un provvedimento, i carabinieri erano arrivati, i giornalisti erano già fuori dalla caserma, mandare tutti a casa, in qualche modo, credo dispiacesse, e quindi venni accompagnato in carcere. Quando fui scarcerato dopo quattro giorni, con un’ordinanza del giudice che smontava punto per punto quel provvedimento assurdo – continua -, il direttore (del carcere di Vigevano, ndr.) mi disse ‘Arrivederci fuori, spero che vada a dire in giro che l’abbiamo trattata bene’. È come se in quel momento la cosa più importante fosse solo avere il proprio ruolo a posto, non il fatto che una persona di 24 anni veniva portata in carcere. Lui era, in qualche modo, custode della mia persona però l’interesse doveva essere forse tutt’altro, non questo”.

    “Sono passati 15 anni ma in quegli anni i Ris di Parma era un po’mitizzati. La sera la gente guardava la televisione e li vedeva risolvere i delitti più complicati nel tempo di un episodio. Scoprire che in realtà le persone venivano portate in carcere sulla base di test che non distinguevano il sangue da una barbabietola, illuminava una situazione che si pensava diversa. Ecco perché dico che quel momento fu come un punto di non ritorno: non si trattava più di svolgere un’indagine ma si trattava di salvare la propria carriera, la propria reputazione. Questo poi ha comportato tutta una serie di conseguenze di inezie, di incapacità di tornare indietro, non so se mi spiego. Per ammettere i propri sbagli bisogna avere coraggio, carattere. Il pm non è mai andato a dire ‘Questo provvedimento era prematuro’, perché poi l’accertamento definitivo risultava, appunto, negativo”. Oggi “ho 38 anni e ho in mente di mettere a frutto tutte le esperienze negative che ho vissuto, un bagaglio conoscitivo che non può essere acquisito diversamente. Certe cose non le puoi metabolizzare se non le vivi. Se hai la fortuna, o sfortuna, a seconda del punto di vista, di vivere certe esperienze, acquisisci degli strumenti che puoi mettere a disposizione e io voglio fare questo. È un impegno diverso rispetto a quello che potevo desiderare quando avevo 24 anni, in cui volevo fare carriera nell’azienda più grande d’Italia, tanto per fare un esempio”, conclude.

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  • Verbali di Amara, il pm Storari teste in aula: “Non fu fatto niente perché non si voleva disturbare il processo Eni-Nigeria”

    Una testimonianza in aula per confermare quello che aveva già detto sull’affaire dei verbali di Piero Amara e la presunta Loggia Ungheria. Con la consegna delle dichiarazioni di Amara a Piercamillo Davigo “per me era stato avvertito il Csm. Sono andato da Davigo perché lo trovavo normale. Quello che è accaduto e sta accadendo, lo trovo lunare”. È un passaggio delle dichiarazioni del pm di Milano Paolo Storari, convocato a Brescia come testimone assistito connesso (il pm è stato assolto in abbreviato nell’ambito dello stesso procedimento, ndr), nel processo in cui Piercamillo Davigo, ex consigliere di Palazzo dei Marescialli, risponde di rivelazione del segreto di ufficio.

    Nella sua ricostruzione il pubblico ministero, che più volte si è commosso, ha raccontato di aver sollecitato più volte le indagini sulle dichiarazioni rese da Piero Amara – ex legale esterno di Eni coinvolto in più inchieste – e di aver trovato da parte dell’ex procuratore Francesco Greco (la cui posizione è stata archiviata) e dall’aggiunto Laura Pedio (per cui è stata chiesta l’archiviazione), titolare del fascicolo di cui lui era co-assegnatario, “un muro di gomma”. “Non è stato fatto niente da dicembre 2019 fino a gennaio 2021. Perché non si voleva disturbare il processo Eni-Nigeria”, istruito dal dipartimento affari internazionali , guidato dall’aggiunto Fabio De Pasquale, e ritenuto ‘fiore all’occhiello’ dagli ex vertici dell’ufficio e che “faceva processi di serie A“. Amara, con una condanna per corruzione in atti giudiziari patteggiata, davanti ai pm milanesi aveva sostenuto l’esistenza di una loggia massonica, la loggia Ungheria, di cui avrebbero fatto parte molte persone note e anche diversi magistrati. Molti nomi noti, alcuni dei quali ha denunciato Amara per calunnia. Dichiarazioni su cui da mesi indaga la procura di Perugia che è sul punto di archiviare l’indagine aperta per la violazione della legge Anselmi e procede su altri fronti.

    Storari ha raccontato che per aver predisposto la scheda in vista delle iscrizioni nel registro degli indagati fu “minacciato di procedimento disciplinare” dai vertici dell’ufficio. Storari, nella sua ricostruzione, rispondendo alle domande del pm bresciano Francesco Milanesi e al presidente del collegio Roberto Spanò, ha raccontato che alle sue insistenze di procedere velocemente con le indagini ha trovato come risposta “il silenzio” e che si era trovato in una situazione di “difficoltà” e “da solo”. Da qui la decisione di rivolgersi a Davigo. Nella prima metà dell’aprile 2020, “gli telefonai dicendogli che c’era una persona che riferiva di fatti gravi, di una loggia che coinvolgeva le istituzioni e la magistratura e che avevo necessità di parlargli”. Prima però di incontrarlo e di consegnargli i verbali in formato word copiati su una chiavetta, Davigo, “che conosco, ma non è un mio amico, mi aveva spiegato che a lui non era opponibile il segreto perché era un componente del Consiglio Superiore della Magistratura“. “Sono io che gli ho portato i verbali, lui non me li ha chiesti”, ha aggiunto precisando di essere stato “preoccupato anche del rischio di essere coinvolto personalmente in questa inerzia investigativa. Davigo mi disse che i fatti erano gravissimi” e che avrebbe riferito “all’ufficio di presidenza del Csm”. Inoltre gli suggerì di tutelarsi e di iniziare a mettere per iscritto ogni richiesta o scambio di pareri con i suoi vertici. “In buona fede, mi sembrava ragionevole andare da Davigo. Non ho pensato alla procedura perché non la conoscevo”

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  • Covid, i dati: altri 29.875 nuovi contagi e 95 morti. Ancora in calo ricoveri ordinari e in terapia intensiva
    È di 29.875 nuovi contagi e altre 95 vittime il conteggio delle ultime 24 ore di pandemia in Italia. I dati del ministero della Salute fanno registrare 269.971 tamponi, per un tasso di positività dell’11,1%. Sono 6.257 i ricoverati con sintomi, -131 da ieri, 290 i pazienti attualmente in terapia intensiva (-1). Le persone attualmente positive sono 811.720, con un calo di 21.327 da ieri. Nelle ultime 24 ore si contano 51.946 guariti, che portano il totale a 16.310.440 da inizio pandemia. Secondo i dati del bollettino ministeriale a oggi sono 811.720 le persone alle prese con il virus di cui 805.173 in isolamento domiciliare.

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  • Il “Sunshine act” italiano è legge: sarà creato un registro online per monitorare i rapporti tra imprese e operatori del sistema sanitario

    Il Parlamento ha approvato definitivamente il “Sunshine act” italiano, la legge in materia di trasparenza dei rapporti tra le imprese produttrici e i soggetti che operano nel settore della salute e le organizzazioni sanitarie. Il testo prende a modello sistemi già presenti all’estero (negli Usa il Sunshine act era stato approvato nel 2010) e l’ultimo via libera è arrivato in commissione Affari sociali che si è espressa in sede legislativa. Il primo firmatario era il deputato di Alternativa Massimo Enrico Baroni, mentre relatore il collega M5s Nicola Provenza. Il provvedimento permetterà di monitorare i legami di interesse esistenti tra circa 290mila aziende che operano nel settore sanitario e più di un milione di operatori della salute, oltre i vertici amministrativi dei settori sanitari. Sono state anche istituite sanzioni fino a 50mila euro per chi non dichiarerà le erogazioni.

    “L’obiettivo”, ha commentato Baroni, “è attuare la trasparenza e prevenire processi distorsivi, attraverso l’obbligo di dichiarazione su un sito internet del governo, consultabile da tutti i cittadini come registro pubblico telematico, in distinte sezioni, che presenteranno tutti i dati risultanti da regalie, remunerazioni, accordi che l’industria sanitaria sarà obbligata a dichiarare, concernenti gli accordi che comportano benefici per chi opera nella sanità”. L’obbligo di dichiarazione di un legame di interesse “sarà esclusivamente in capo all’azienda, mentre l’operatore sanitario non avrà alcun tipo di adempimento”. Inoltre, “il sistema delle comunicazioni sarà sottoposto a vigilanza e ad un regime sanzionatorio con multe salate per le multinazionali che in caso di omessa dichiarazione, saranno di venti volte l’importo dell’erogazione alla quale si riferisce l’omissione. La legge include i decisori amministrativi, coloro che si occupano a qualsiasi titolo degli appalti in sanità”. Quindi Baroni ha concluso: “Grazie a questa legge potremo conoscere le relazioni di vantaggio dei key Opinion Leader della Sanità Italiana prevenendo il degrado dell’azione amministrativa nel settore sanitario”.

    Per il deputato M5s Provenza “si tratta di un provvedimento che potrà contribuire ad aumentare la fiducia dei cittadini nella scienza e nella medicina, oltre che dare un impulso importante per rendere più indipendenti gli studi scientifici”. La legge non si limita a istituire il registro telematico, ma, come già avviene in altri ambiti della Pubblica amministrazione, è stato introdotto il whistleblowing, “ossia la possibilità di segnalare dall’interno, con adeguate tutele, le condotte poste in essere in violazione del provvedimento all’esame”, specifica Provenza. Si tratta conclude il deputato, “di uno strumento prezioso per rinsaldare l’alleanza tra i cittadini e il Sistema sanitario nazionale e per rimuovere quelle sacche di opacità che purtroppo caratterizzano anche il mondo della sanità”.

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  • Guerra Russia-Ucraina, in volo sopra le macerie dell’acciaieria Azovstal di Mariupol – Video

    Le immagini, diffuse dalle forze armate ucraine, mostrano le macerie dell’acciaieria Azovstal nella città di Mariupol. Lo stabilimento è stato bombardamento per settimane dall’esercito russo. All’interno si erano rifugiati i militari di Kiev, tra cui il Battaglione Azov.

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